sabato 18 luglio 2009

Shalit, Israele e l’ipocrisia

14 luglio 2009La settimana scorsa ha segnato il terzo anniversario di prigionia del soldato israeliano Gilad Shalit nella striscia di Gaza. Dopo l'incursione alla frontiera contro una postazione militare israeliana da parte di Hamas e di altre frange, i titoli sulla cattura di Shalit hanno iniziato a circolare sui media occidentali nel seguente modo: "Ultime Notizie: Rapito Soldato Isrealiano". Fin da subito i politici di tutto il mondo hanno chiesto il rilascio di Shalit, un'indicazione che conferma i legami politici fra Israele e le varie centrali di potere occidentali. Secondo le aspettative, nessun politico occidentale ha mai invocato o fatto pressione per il rilascio dei prigionieri palestinesi – mi sorprenderei se potessero indicarne anche solo uno. Ipocritamente, leader mondiali e cariche pubbliche lanciano petizioni per il rilascio di un prigioniero di guerra [Roma e Parigi hanno conferito a Gilad Shalit la cittadinanza onoraria, NdT], mentre Israele mantiene in carcere migliaia di palestinesi senza giusto processo. Questi atti di guerra non meritano i titoli della CNN, neppure uno. Invece per Shalit accade e questo è del tutto assurdo.Shalit, catturato in combattimento, è un prigioniero di guerra e non un civile. Era, ed è ancora, un soldato dell'esercito israeliano in servizio nelle truppe d'occupazione lungo "il confine di un’entità nemica", per usare le parole del governo israeliano che descrivono Gaza. In quanto combattente, era soggetto alla cattura in una situazione di conflitto, ma i politici non ricordano questi particolari quando chiedono il rilascio di Shalit. Tuttavia identificano subito molti prigionieri palestinesi come "terroristi", senza fare questioni.Mentre Hamas è accusato "di violazioni del diritto internazionale", Israele ha rapito e sequestrato migliaia di palestinesi, molti di loro detenuti per motivi sconosciuti e non dichiarati, neanche agli israeliani, nei termini della detenzione amministrativa. Centinaia di donne e di bambini sono detenuti senza prove. Secondo Adalah, il Centro legale per i diritti della minoranza araba in Israele, ci sono 98 donne e 346 bambini nelle carceri israeliane, cifre di febbraio 2009. Ora non vorrei essere frainteso, e sono sicuro che alcuni prigionieri palestinesi hanno "le mani sporche di sangue" (come amano dire i politici israeliani). Questi prigionieri, una minoranza che colpisce gli israeliani, fanno parte dei gruppi politici che considerano queste loro tattiche come resistenza. Nei suoi 42 anni di occupazione, Israele ha accumulato prigionieri palestinesi come fossero mazzi di carte, mescolandoli dentro e fuori delle carceri. I palestinesi sono catturati in modo feroce, torturati, interrogati e costretti all’impedimento di una rappresentanza legale per anni ed alcuni persino per decenni.Il numero reale dei prigionieri palestinesi detenuti nelle celle israeliane è impossibile da calcolare anche se le stime indicano la cifra di 11.000, mentre i palestinesi detengono soltanto il celebre Shalit. Questi è uno, non cento e neppure mille, ma uno. Tuttavia non c’è partita, il mondo rimane cieco alla discrepanza nei numeri. I politici occidentali e israeliani astutamente voltano la faccia all’ipocrisia e simpatizzano soltanto con Shalit e mai con un palestinese. Sul sito web di Haaretz, il giornale "liberale" di Israele, c’è un orologio che conta i giorni di prigionia di Shalit, attualmente 1.109 giorni e continua il conteggio. Non si potrebbe mettere un timer per la prigionia dei palestinesi, perché ci sono troppe vite da contare.La campagna dei media occidentali per il rilascio di Shalit è innegabilmente unilaterale. Il padre, Noam Shalit, si è trasformato in figura pubblica per i propri diritti, supplicando i politici che contribuiscano a liberare suo figlio. Ha incontrato i vari illustri leader mondiali, simpatizzando con ognuno nella speranza di riprendersi Shalit. Diversamente da Noam Shalit, i padri palestinesi non hanno il lusso di poter viaggiare per l’Europa chiedendo ai politici di aiutare a liberare i loro figli e figlie perché esiste ancora un'occupazione militare. Quando i Palestinesi sono rapiti in piena notte, in occidente a mala pena si sente un bisbiglio dalle fonti di notizie. Occasionalmente, Haaretz da una breve notizia su un certo numero di palestinesi "ricercati" e imprigionati nel corso di un'incursione notturna, ma soltanto se la ritengono interessante. E naturalmente, di solito non lo fanno perché la maggior parte delle operazioni israeliane rimangono segrete.Vorrei vedere il giorno in cui tutti i prigionieri palestinesi e Gilad Shalit verranno liberati. I negoziatori palestinesi hanno ripetutamente consegnato ad Israele liste su liste dei prigionieri che vogliono liberi, e tutte le richieste sono state rifiutate. Sembra che governo di Israele non si preoccupi di Shalit, perché se realmente lo facesse, avrebbe immediatamente negoziato uno scambio di prigionieri nel 2006. Invece, l'esercito israeliano ha cominciato a seminare distruzione su Gaza con un’operazione militare concepita per "salvare" Shalit, che è fallita miseramente. Se vogliono che il processo vada avanti, i politici occidentali dovrebbero chiedere il rilascio di Shalit e delle migliaia di prigionieri palestinesi chiusi nelle carceri israeliane. Israele deve sedersi al tavolo delle trattative ed i politici occidentali devono spingerlo a questo. Altrimenti, Shalit non andrà da nessuna parte.

domenica 5 luglio 2009

La verità dietro la propaganda sulla "sovranità" dell'Iraq

Centinaia di migliaia di truppe USA resteranno collocate in dozzine di basi militari USA per tutto il paese
1 luglio 2009
"I media corporativi sono tutt in fibrillazione e danno una copertura a tappeto alla storia degli iracheni che "riottengono la loro sovranità" dal momento che le truppe USA vengono ritirate dalle città irachene. Questa naturalmente è propaganda livida ed infondata - centinaia di migliaia di truppe USA resteranno in Iraq collocate in dozzine di basi militari USA che sono state costruite per tutto il paese.
"Ad oggi in Iraq vi sono approssimativamente 130.000 militari USA. La maggior parte dei soldati USA che erano stati schierati nelle città irachene vengono fatti rientrare in guarnigioni altrove nel paese. L'aeronautica degli Stati Uniti controlla lo spazio aereo iracheno. La marina degli Stati Uniti controlla le acque territoriali dell'Iraq", osserva Cryptogon blog.
"Sovranità: No. Propaganda: Si".
Dopo la data del ritiro completo "ufficiale" del 2011, che l'ammiraglio Mike Mullen ha rivelato non essere nemmeno garantita, "Obama progetta di lasciare indietro una "forza residua" di decine di migliaia di truppe per continuare ad addestrare le forze di sicurezza irachene, catturare le cellule di terroristi stranieri e proteggere le istituzioni americane", ha riferito il New York Times lo scorso febbraio.
"Forza residua" è un eufemismo per "esercito di occupazione", dal momento che soltanto il più stupidamente ingenuo potrebbe mai credere che l'Iraq ora non sia nulla più che uno stato fantoccio sottomesso all'impero del nuovo ordine mondiale.
Un alto ufficiale lo ha spiegato più chiaramente per filo e per segno al Los Angeles Times: "Quando il presidente Obama ha dichiarato che saremmo andati "fuori" dall'Iraq entro 16 mesi, alcune persone hanno sentito "fuori", e ognuno se ne va. Ma questo non avverrà", ha affermato l'ufficiale.
Effettivamente, quando è stato fatto l'ultimo calcolo, quasi tre anni fa, i militari USA avevano già costruito in Iraq non meno di 55 basi militari pienamente funzionali, con il finanziamento pronto per costruirne molte di più.
Inoltre, le truppe USA non lasciano del tutto neppure le città. Rapporti confermano che i carri armati USA continueranno a pattugliare le aree al di fuori della "zona verde" e dell'aeroporto a Baghdad. Le vie delle città principali saranno ancora pattugliate da soldati iracheni addestrati dagli USA che prenderanno posto ai posti di blocco ovunque molestando la gente con la scusa di controllare i documenti. In aggiunta, se gli iracheni "richiedono aiuto" dalle truppe USA per intraprendere procedure di sicurezza, queste torneranno subito nelle strade proprio come prima.
Gli iracheni stessi non sono ingannati dalla farsa. Come ammette il New York Times, oggi le "celebrazioni" "sembrano una messa in scena". Secondo il rapporto, "Le auto della polizia sono state decorate con festoni con fiori di plastica e segnali che celebrano il "giorno dell'indipendenza" sono stati legati a muri e steccati antiurto attorno alla città. Lunedì notte, una celebrazione serale festiva al Parco Zahra con cantanti ed ospiti ha attirato principalmente giovani, molti di loro poliziotti fuori servizio".
"Non vi è nessun dubbio che questa non sia sovranità nazionale perché gli americani resteranno all'interno dell'Iraq in basi militari", ha affermato Najim Salim, 40 anni, insegnante di Bassora. "Ma il governo vuole convincere i cittadini che vi sia un ritiro delle truppe straniere, sebbene il governo non possa proteggere i cittadini in alcune città dell'Iraq neppure con la presenza delle forze USA".
Secondo il dizionario Websters, la "sovranità" viene definita come "libertà dal controllo esterno".
Chiunque creda che l'Iraq sia un paese sovrano ed abbia "libertà dal controllo esterno" o che lo otterrà mai mentre centinaia di migliaia di truppe USA sono stazionate in dozzine di basi per tutto il paese, probabilmente crede ancora che Saddam nascondesse armi di distruzione di massa.

sabato 27 giugno 2009

IL MURO DELLA VERGOGNA…



Cari amici,
mancano meno di due settimane al quinto anniversario della sentenza della Corte Internazionale di Giustizia sullo smantellamento del Muro. Il fatto che la costruzione del Muro continui, a cinque anni dalla sentenza, è la prova lampante dell’impunità che la comunità internazionale garantisce ad Israele.
In questo anniversario, facciamo appello ai sostenitori dei diritti dei Palestinesi in tutto il mondo affinché rinnovino i loro sforzi nella lotta contro il Muro dell’Apartheid.

Cinque anni fa, la Corte Internazionale di Giustizia sembrava aver rafforzato la nostra battaglia. Il 9 luglio 2004, la Corte sentenziò che

- la costruzione del Muro nella Cisgiordania occupata, compresa Gerusalemme Est, è illegale e che Israele doveva cessarne la costruzione, smantellare le parti già costruite e risarcire i danni causati.
- nessuno Stato avrebbe dovuto fornire aiuto o assistenza al mantenimento del Muro ed al suo regime e tutti gli Stati aderenti alla IV Convenzione di Ginevra sono obbligati ad assicurare il rispetto da parte di Israele delle leggi umanitarie internazionali.

Nonostante la chiarezza di questa sentenza, né Israele, né la comunità internazionale hanno indicato che intendono rispettare i loro obblighi verso il Diritto Internazionale. Invece, il Muro è semplicemente scomparso dall’agenda della diplomazia internazionale, mentre continuano le distruzioni di cui è causa.
Nei primi quattro mesi di quest’anno, l’esercito israeliano ha già costruito più parti del Muro che nell’intero 2008. Come risultato di questo progetto, lo sbalorditivo numero di 266.422 Palestinesi che vivono in Cisgiordania sono circondati, isolati e con la prospettiva della deportazione.

Le Nazioni Unite non hanno fatto nulla per realizzare la decisione della Corte Internazionale di Giustizia e, con l’eccezione di pochi governi, gli Stati non hanno fatto pressione o attuato sanzioni verso Israele. L’imprenditoria internazionale continua a finanziare ed a fornire materiali sia per la costruzione del Muro che per le colonie.
Se l’amministrazione Obama e i governi europei fossero seri sulle loro posizioni sulle colonie, per prima cosa imporrebbero il rispetto della sentenza della Corte, che evidenzia l’illegalità del Muro, delle colonie e del regime che vi è associato. In questo modo, i leader politici potrebbero far rispettare il Diritto Internazionale e restituire ai popoli fiducia nella pace e nel futuro.

Lasciati soli a difendere i propri diritti e le norme del Diritto Internazionale, i comitati popolari hanno continuato le mobilitazioni con il sostegno dei difensori dei diritti umani di tutto il mondo. Hanno rallentato la costruzione del Muro e ottenuto restituzioni di terre, ma l’obiettivo finale di abbattere il Muro è ancora lontano. I villaggi palestinesi continuano a pagare un alto prezzo per la loro determinazione 16 persone, la metà delle quali bambini, sono già state uccise dalle forze israeliane nel corso delle proteste, mentre altre centinaia sono state ferite o arrestate.

Interi villaggi subiscono il coprifuoco e la chiusura dei cancelli del Muro come punizione collettiva.

giovedì 25 giugno 2009

A Istanbul i primi sforzi internazionali per ricostruire Gaza.



Istanbul – Infopal. L’Organizzazione araba per la ricostruzione di Gaza ha organizzato la prima Conferenza internazionale per la ricostruzione di Gaza, svoltasi mercoledì e giovedì nella città di Istanbul, in Turchia.
Alla Conferenza hanno partecipato circa 800 personalità provenienti da più di trenta paesi del mondo arabo, musulmano e europeo, tra cui rappresentanti di organizzazioni sindacali e associazioni benefiche, imprenditori e uomini d'affari.L’Organizzazione, fondata dopo l'aggressione sionista sulla Striscia di Gaza dall’ordine degli ingegneri giordani e da altri ordini di paesi arabi e internazionali, ha invitato a muoversi rapidamente su tutti i fronti per ridare vita alla città martoriata, sottolineando che la guerra ha distrutto le infrastrutture e i settori principali al servizio dei cittadini.
A tal proposito, sarebbero stati già individuati 450 progetti per la sanità, l’edilizia abitativa e l’istruzione, per un costo complessivo di circa mezzo miliardo di dollari.La conferenza ha inoltre annunciato il lancio di un’azione appoggiata da ordini ed associazioni di tutti i paesi del mondo. Wael as-Saqqa, presidente del Consiglio di amministrazione dell’Organizzazione, ha comunicato che il valore dell’azione sarà pari a 100 €, e che la sua sottoscrizione su scala internazionale aprirà la strada a molte persone perché contribuiscano alla ricostruzione. Per i partecipanti musulmani alla conferenza di fede musulmana è stata ricordata la fatwa (un parere ufficiale emanato da un’autorità religiosa musulmana, ndr) del presidente dell’Unione internazionale dei sapienti musulmani, il dott. Yusuf al-Qaradawi, nella quale si afferma che tale contributo va considerato parte “della zakat (la donazione di beneficenza richiesta dai principi dell’Islam, ndr) obbligatoria per tutti i musulmani”.Secondo quanto dichiarato nella fatwa, “se la ummah musulmana si è divisa sulla questione dei fratelli di Gaza, se non è stata in grado di aiutare a respingere l’aggressione o fermarla, come avrebbe richiesto il dovere religioso, e se, com’è accaduto molte volte, non è stata in grado di far arrivare gli aiuti, come cibo, vestiti e medicine, allora il minimo che può fare è ricostruire quanto è stato distrutto: case, scuole, ospedali, impianti idrici e per l’elettricità, strade e infrastrutture; questo soprattutto se il nemico tenta di ottenere, facendosi carico della ricostruzione, ciò che non ha ottenuto con la sua brutale aggressione ai danni del nostro popolo”.La linea espressa dalla fatwa prevede che tutti i musulmani dovrebbero contribuire alla causa, in quanto “imposto dalla zakat, dal momento che la popolazione di Gaza, che vive in povertà, ne ha pieno diritto”. Il presidente as-Saqqa, nel corso della Conferenza, ha inoltre annunciato l'apertura di alcune sedi regionali dell’Organizzazione per la ricostruzione, ad esempio in Giordania e in Turchia, e la prossima estensione della rete ad altri paesi arabi ed islamici. L’Organizzazione è stata inoltre registrata ufficialmente in Gran Bretagna e Turchia. Da parte sua, lo stato turco ha promesso di destinare 350 milioni di euro a Gaza.

IL CARCERE 1931...



L’organismo per il controllo della tortura delle Nazioni Unite ha criticato Israele per non aver permesso l’ispezione di una prigione segreta chiamata dai critici "la baia di Guantanamo israeliana" e ha chiesto di sapere se attualmente siano operativi altri campi di prigionia di questo tipo.In un rapporto pubblicato di recente, il Comitato Internazionale Contro la Tortura ha chiesto che Israele renda nota l’esatta ubicazione del campo di prigionia, ufficialmente definito "Facility 1391" e permetta l’accesso allo stesso comitato.Accertamenti da parte dei gruppi per i diritti umani israeliani mostrano che questa prigione era stata utilizzata nel passato per incarcerare prigionieri arabi e mussulmani, compresi i palestinesi, e che i maltrattamenti e le torture sarebbero state praticate abitualmente durante gli interrogatori.La commissione del Comitato delle Nazioni Unite formata da dieci esperti indipendenti ha inoltre trovato credibile le tesi dei gruppi israeliani, i quali affermano che i detenuti palestinesi sono sistematicamente torturati nonostante la sentenza del Tribunale Supremo Israeliano del 1999 che proibisce questa pratica.L’esistenza del carcere 1931 è venuta alla luce nel 2002, quando per la prima volta vi vennero incarcerati Palestinesi durante una nuova invasione della Cisgiordania da parte di Israele.In una rapporto al Comitato delle Nazioni Unite Israele ha negato che attualmente ci siano ancora dei prigionieri nel carcere 1931, anche se ha ammesso che vi siano stati detenuti numerosi prigionieri libanesi in occasione dell’attacco contro il Libano nel 2006.Il Comitato ha espresso la sua preoccupazione per una sentenza del Tribunale Supremo Israeliano del 2005 che trovava "ragionevole" che lo stato non investigasse sulle sospette torture in quel carcere. Si può supporre che il comitato sia preoccupato che, senza ispezioni, la prigione sia ancora in uso oppure possa riaprire con breve preavviso.La corte israeliana - scrive il comitato - "dovrebbe garantire che tutte le accuse di maltrattamenti e torture da parte dei detenuti del carcere 1931 siano investigate in modo imparziale e i risultati resi pubblici".Hamoked, un’organizzazione israeliana per i diritti umani, è stata la prima a identificare la prigione dopo che nel 2002 i familiari di due cugini palestinesi detenuti a Nablus ne persero le tracce. I funzionari israeliani finalmente ammisero che i due erano detenuti in un luogo segreto.Israele continua a non voler comunicare l’esatta ubicazione della prigione, che si trova nel territorio a 100 km a nord di Gerusalemme. Solo pochi edifici sono visibili, perché la maggior parte della prigione è sotterranea."Abbiamo saputo dell'esistenza della prigione solo perché l’esercito ha commesso l’errore di rinchiudervi Palestinesi in quanto nelle principali prigioni israeliane non c’era più spazio", ha detto Dalia Kerstein la direttrice di Hamoked."L’autentico scopo del campo di prigionia è quello di potervi interrogare i prigionieri del mondo arabo e mussulmano, che sarebbe difficile scoprire, in quanto è assai improbabile che i loro familiari possano contattare le organizzazioni israeliane per poter essere aiutati".La signora Kerstein ha detto che questa prigione rappresenta una violazione del diritto internazionale ancora più grave del campo di prigionia di Guantanamo, in quanto non è stata mai ispezionata e nessuno sapeva quello che stava succedendo lì dentro.I due cugini palestinesi, Mohammed e Bashar Jaddallah, hanno testimoniato che sono stati reclusi in celle di isolamento di due metri quadrati, con le pareti verniciate di nero, senza finestre e con una lampadina tenuta accesa 24 ore al giorno. Nelle rare occasioni in cui sono stati scortati all'esterno, dovevano portare occhiali oscuranti.Quando Bashar Yaddalla, cinquantenne, chiese dove si trovava, gli risposero che era "sulla luna". Mohammed Yaddallah, di 23 anni, ha testimoniato che è stato ripetutamente picchiato, ammanettato strettamente, legato ad una sedia in una posizione dolorosa , non gli è stato permesso di andare in bagno, gli è stato impedito di dormire e ogni volta che cedeva al sonno veniva svegliato con secchiate d’acqua. E' stato inoltre riferito che coloro che lo interrogavano gli hanno mostrato le foto dei suoi familiari e minacciato di far loro del male.Benchè i Palestinesi detenuti in quel carcere siano stati interrogati dai servizi segreti interni israeliani, lo Shin Bet, gli stranieri furono posti sotto la responsabilità di un’ala speciale dell’intelligence militare conosciuta come Unità 504, i cui metodi di interrogatorio si crede siano molto più duri.Poco dopo che si sapesse della prigione, un ex-detenuto libanese, Mustafa Dirani, un leader del gruppo sciita di Amal, aveva presentato una denuncia in Israele affermando di aver subito violenza sessuale da parte di un secondino.Dirani, sequestrato in Libano nel 1994, è stato detenuto per otto anni assieme ad un dirigente di Hezbollah, Sheid Abdel Karim Obeid. Israele sperava di estorcere ai due informazioni concernenti un pilota dell’aviazione disperso, di nome Ron Arar, il cui aereo era precipitato in Libano nel 1986.Dirani asserì in tribunale che uno degli inquisitore di alto grado dell'esercito israeliano, conosciuto come "maggiore George", lo sottopose ad abusi fisici, in uno dei quali venne sodomizzato con un bastone.Il caso venne lasciato cadere all'inizio del 2004, quando Dirani è stato rilasciato in uno scambio di prigionieri.La signora Kerstein ha detto che non ci sono prove certe dell’esistenza in Israele di altre prigioni come il carcere 1391, anche se alcune delle testimonianze raccolte da diversi ex prigionieri sembrerebbero suggerire che questi siano stati reclusi in differenti posti segreti.La signora Kerstein ha espresso la preoccupazione che Israele possa essere stato uno dei paesi destinatari dei voli con "consegne straordinarie", nei quali prigionieri catturati dagli Stati Uniti sono stati trasferiti illegalmente in altri paesi per poi essere sottoposti a tortura."Se una democrazia permette l’esistenza di un carcere di questo tipo, chi può permettersi di dire che non ce ne siano degli altri?", ha detto.Il Comitato delle Nazioni Unite ha esaminato altri sospetti di tortura sempre riguardanti Israele, e ha espresso una particolare preoccupazione davanti al fatto che Israele avesse mancato di investigare più di 600 denunce fatte dai detenuti contro lo Shin Bet, a partire dalle ultime udienze della Commissione, nel 2001.Ha inoltre evidenziato le pressioni fatte sugli abitanti di Gaza che necessitavano di entrare in Israele per trattamenti medici, al fine di farli diventare degli informatori.Ishai Menuchin , direttore esecutivo del Comitato Pubblico Israeliano contro la Tortura , ha detto che il suo gruppo ha inviato al Comitato delle Nazioni Unite numerosi rapporti, che mostravano l’utilizzo sistematico della tortura contro i detenuti."Dopo la sentenza del Tribunale Supremo Israeliano del 1999 [che vietava l'uso della tortura], coloro che conducono gli interrogatorii hanno semplicemente imparato ad essere più 'creativi' nelle loro tecniche".Ha aggiunto che da quando Israele ha definito Gaza un "Stato nemico", alcuni palestinesi sequestrati a Gaza cono stati detenuti in qualità di "combattenti illegali", invece che come "detenuti per motivi di sicurezza"."In tali circostanze, potrebbero avere la qualifica per essere detenuti in prigioni segrete come il carcere 1391".


martedì 23 giugno 2009

"SCONVOLTO"



“Sconvolto” è la parola che senti pronunciare dalle persone (poche) che hanno avuto modo di entrare recentemente nella striscia di Gaza. Entrare e vedere con i propri occhi come vivono i palestinesi in quel piccolo fazzoletto di terra.
“Sono sconvolto”: l’ha detto anche l’ex presidente americano Jimmy Carter, che in questi giorni si è recato a Gaza. La visita è durata un giorno appena ma è stata sufficiente per avere un’idea della distruzione e delle devastazioni provocate dall’offensiva israeliana “Piombo fuso” nel dicembre 2008.
Ha usato anche altri termini, più duri: “ho difficoltà a trattenere le lacrime”; “ho visto le deliberate distruzioni”; “1,5 milioni di palestinesi qui a Gaza trattati come animali”
Carter ha avuto modo di verificare che la ricostruzione a Gaza non c’è stata per il semplice motivo che esiste e persiste un blocco (illegale) di Israele che impedisce il transito a qualsiasi cosa, dall’acciaio al cemento, fino ai giocattoli e alle matite colorate per bambini!
A fine giornata l’ex presidente degli Stati Uniti ha inoltre avuto modo di incontrare Ismail Haniyeh, leader di Hamas. A fine incontro Carter ha rilasciato la seguente dichiarazione: “Hamas vuole la pace”.Non mi risulta che Carter sia un filo-terrorista!

domenica 21 giugno 2009

Due anni di chiusura di Gaza nei numeri

>Giugno 2007 – giugno 2009 una frontiera chiusa. La limitazione degli approvvigionamenti

- Quantità di beni a cui è consentito l'ingresso a Gaza, in base alla domanda: 25% (approssimativamente 2.500 tir al mese contro i 10.400 precedenti al giugno 2007)

- Forniture di gasolio a cui è consentito l'ingresso a Gaza, in relazione al fabbisogno: 65% (2,2 milioni di litri alla settimana contro i 3,5 necessari per produrre elettricità)

- Durata media dell'interruzione nell'erogazione di energia elettrica a Gaza: 5 ore al giorno

- Numero delle persone senza accesso all'acqua corrente a Gaza: 28.000

Confronti e comparazioni

- Numero delle voci dei beni alimentari di cui la risoluzione del Governo israeliano ha promesso l'ingresso a Gaza: illimitato
- Numero delle voci dei beni alimentari che attualmente hanno il permesso di entrare a Gaza: 18

- Ammontare della somma di denaro promesso per gli aiuti alla ricostruzione dalla Conferenza dei Donatori nel marzo 2009: 4,5 miliardi di dollari
- Quantità di materiali per l'edilizia autorizzati ad entrare a Gaza: Zero

- Tasso di disoccupazione a Gaza nel 2007, anno in cui è stata imposto il blocco: 30%
- Tasso di disoccupazione a Gaza nel 2008: 40%

Niente sviluppo, niente prosperità, solo i beni "umanitari minimi" sono autorizzati all'ingresso

- L'esercito israeliano consente l'ingresso della margarina in piccole confezioni singole ma non quello della margarina stoccata in grandi contenitori perchè potrebbe essere usata per l'industria (per esempio dalle aziende alimentari, producendo così posti di lavoro)

- Il Governo israeliano ha chiarito l'interpretazione restrittiva al provvedimento del 22 marzo 2009, il quale autorizzava l'ingresso senza limitazioni di rifornimenti alimentari all'interno di Gaza e che il governo "non intende rimuovere le restrizioni imposte precedentemente all'entrata di cibo e rifornimenti in Gaza". Traduzione: le forniture alimentari continuano ad essere limitate.

- Tra prodotti alimentari il cui ingresso a Gaza è vietato figurano: Halva (dolce a base di pasta di semola), te e succhi di frutta.

- Tra beni non alimentari il cui ingresso a Gaza è vietato figurano: palloni da calcio, chitarre, carta, inchiostro.

Un popolo in trappola

- Numero di giorni in cui il valico di Rafah è stato aperto per un traffico regolare: Zero

- Numero di persone ogni mese non in grado di attraversare Rafah: 39.000

- Criterio per il passaggio al valico di Erez: casi umanitari eccezionali